La Diseducazione di Cameron Post Recensione

Titolo originale: The Miseducation of Cameron Post

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La diseducazione di Cameron Post: la recensione del film con Chloë Grace Moretz

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La diseducazione di Cameron Post: la recensione del film con Chloë Grace Moretz

Sembra assurdo - o forse, considerati i tempi che corrono, dovrei dire “sembrava” - ma esistono davvero, e sono ovviamente confessionali. Sono i campi di rieducazione nei quali vengono spediti da famiglie bigotte i figli omosessuali, come se essere gay sia qualcosa da curare alla stregua delle dipendenze da droghe o alcool. E di uno di questi posti parlano un romanzo del 2012 di Emily M. Danforth e il film che ne ha ora tratto Desiree Akhavan.
Siamo agli inizi degli anni Novanta, in Montana, e Cameron è una sedicenne spedita a curare il suo essere lesbica in uno di questi centri dopo che, al termine del ballo di fine anno, viene sorpresa in un’auto con una coetanea.

La diseducazione di Cameron Post è un film ovattato, dove tutto ha l’apparenza di serenità e pace che vorrebbe trasmettere God’s Promise, il nome del campo teatro delle vicende, immerso in splendidi boschi e lontano dalle asprezze metropolitana.
Che poi sotto a quella superficie covino sofferenza e dolore lo sappiamo, e lo vediamo, ma di reali conflitti Akhavan ne racconta pochi, preferendo giocare con la stessa sottigliezza che è quella, tagliente, della direttrice del campo (un’inquietante Jennifer Ehle), che i toni non li alza mai, ma sa colpire e ferire al momento giusto. E che come si dice verso la fine del film, insegna ai suoi “discepoli” a odiarsi.

Perfino la protagonista del film, che mostra sempre uno spirito se non ribelle perlomeno critico, sembra in certe fasi abbandonarsi alla sua perversa rieducazione.  
Certo, in questo modo La diseducazione di Cameron Post mostra il potere subdolo e manipolatorio di certe strategie, di certi abusi emotivi che spingono a vedere il male e il nemico in sé, e non all’esterno. Ma, allo stesso tempo, sembra ritrarre anche una passività che rischia di ritrarre i suoi protagonisti come sole vittime, e troppo poco come soggetti in grado dell’autonomia e della ribellione che emergono solo nel finale, e sempre con modalità tutt’altro che incendiarie.

Non si può fare a meno di pensare quanto la pur lodevole voglia di tenere bassi i toni, e quella forse inconscia di rientrare in una sorta di canone prestabilito di certo cinema indipendente americano, sottraggano potenziale non solo politico, ma anche narrativo al film. Al potere anarchico e sovversivo del cinema americano degli anni Settanta, che oggi sembra svanito, e riportato nei binari di una correttezza politica un po’ anodina.
Che le scene più forti del film si facciano forti delle cose più ovvie, da un lato col supporto musicale (“What’s Up” dei 4 non blondes), e dall’altro con l’unico momento di reale rabbia e ribellione, la dice lunga su come il resto appaia restio a coinvolgere e indignare davvero.

Rimangono facce scelte bene e ben dirette (la Ehle, ma anche Forrest Goodluck e Sasha Lane, e John Gallagher Jr.) e qualche battuta decisamente riuscita. Come quella che descrive il personaggio di Goodluck come “il David Bowie nativo americano”; o quello scambio in cui, quando la protagonista Moretz confessa la stanchezza per il sentirsi sempre disgustata da sé stessa, si sente rispondere dall’amica Lane che, alla fine, quella cosa lì non è lottare contro la propria sessualità, ma semplicemente la condizione dei teenager.

La Diseducazione di Cameron Post
Il Traile Italiano Ufficiale del Film - HD
1520


Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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